La parità di genere è riconosciuta a livello internazionale come un obiettivo fondamentale per costruire società più giuste, inclusive e sostenibili. Tuttavia, la presenza femminile nelle istituzioni globali rimane ancora oggi limitata. Se da un lato non mancano segnali positivi e buone pratiche, dall’altro persistono ostacoli strutturali che rallentano il raggiungimento di una rappresentanza equa.
Una questione ancora aperta
Nonostante l’adozione di numerosi strumenti giuridici e politiche internazionali a favore dell’uguaglianza, molte donne restano escluse dai luoghi decisionali più rilevanti. Secondo i dati riportati da UN Women, nel 2023 solo il 26,5% dei parlamentari a livello mondiale erano donne. Anche nelle organizzazioni multilaterali e nei vertici delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali, la leadership femminile resta un’eccezione.
Le cause sono molteplici: disparità di accesso all’istruzione, norme culturali e sociali ancora radicate, mancanza di politiche efficaci per la conciliazione tra vita professionale e familiare. A queste si aggiungono forme dirette e indirette di discriminazione, che ostacolano il pieno riconoscimento del ruolo delle donne nei processi decisionali.

Segnali di cambiamento
Negli ultimi anni si sono comunque registrati alcuni progressi. In ambito ONU, ad esempio, si è assistito a una maggiore attenzione alla parità nei processi di nomina e nella composizione degli organi di vertice. Il lavoro di advocacy e pressione svolto da reti femminili internazionali ha contribuito ad aumentare la consapevolezza su questi temi anche all’interno di contesti politici tradizionalmente dominati da uomini.
Come evidenziato nella pagina dedicata del World Bank – Gender and Development, promuovere l’empowerment femminile non è solo una questione di giustizia, ma ha effetti positivi diretti sulla crescita economica, sulla riduzione della povertà e sulla capacità di risposta delle istituzioni alle crisi globali.
Un tema che si intreccia anche con il più ampio dibattito sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: Cosa sono gli Obiettivi 2030 spiega come l’uguaglianza di genere rappresenti uno degli impegni trasversali della comunità internazionale.
Restano ancora molte sfide da affrontare
Per garantire una rappresentanza equilibrata nelle istituzioni globali, è necessario intervenire su più fronti: riformare i criteri di selezione e nomina, adottare sistemi di quote, promuovere ambienti di lavoro inclusivi e liberi da stereotipi.
In questo contesto, le città e i territori possono giocare un ruolo rilevante, come dimostra l’articolo Il ruolo delle città nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che riflette anche sulla dimensione locale delle politiche di inclusione.
Guardando avanti
Il percorso verso la piena uguaglianza di genere nelle istituzioni è ancora lungo e richiede l’impegno congiunto di governi, organizzazioni internazionali e società civile. I dati ci dicono che i progressi sono possibili, ma è necessaria una volontà politica chiara e costante, accompagnata da azioni concrete e misurabili.
Continuare a monitorare, documentare e denunciare le disuguaglianze è essenziale per costruire istituzioni più rappresentative, inclusive e legittimate. Perché nessuna trasformazione è davvero sostenibile se esclude metà dell’umanità dal potere decisionale.
Il Prof. Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è un economista dell'innovazione e docente universitario, con esperienza nella cooperazione socio-economica. Attualmente, dirige le relazioni esterne della XII Commissione Parlamentare del Governo Italiano, dove sviluppa politiche sociali e sanitarie. Con un solido background manageriale, ha diretto progetti internazionali in Cina e fondato lo Studio Raimondi nel 2008, focalizzandosi su innovazione e internazionalizzazione delle imprese.
