Quando si parla di “migranti climatici”, il rischio è di semplificare una realtà complessa, riducendola a una categoria uniforme. Le narrazioni dominanti, spesso orientate alla paura o all’allarme, influenzano non solo la percezione pubblica, ma anche le scelte politiche e le strategie internazionali.
I limiti del concetto di “rifugiato climatico”
Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, il cambiamento climatico è un fattore crescente di mobilità umana, che agisce in sinergia con povertà, instabilità e disuguaglianze. Tuttavia, la figura del “climate refugee” non è riconosciuta dal diritto internazionale. Come ricorda l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, le persone che si spostano a causa di fenomeni climatici estremi non rientrano automaticamente nella definizione giuridica di rifugiati.
Questo vuoto normativo si traduce spesso in una mancanza di protezione formale e lascia spazio a una narrazione semplificata, che presenta le migrazioni climatiche come flussi incontrollabili, quasi inevitabili. Una narrazione che può favorire approcci securitari e restrittivi invece di politiche inclusive e basate sui diritti.
Narrazione e responsabilità politica
Le rappresentazioni dominanti hanno anche l’effetto di spostare l’attenzione dalle responsabilità storiche delle emissioni e del degrado ambientale. Parlare di “ondate migratorie” causate dal clima senza considerare le cause strutturali – come l’iniquità climatica – contribuisce a rendere invisibile il ruolo dei Paesi più industrializzati nel generare la crisi climatica. Una riflessione che si lega anche a quella sull’equità climatica nel Mediterraneo.
Migrare come strategia di adattamento
Secondo l’IOM, in molti contesti la migrazione non è solo una conseguenza passiva, ma può rappresentare una strategia di adattamento attivo. Favorire la mobilità interna regolata, costruire percorsi legali e fornire strumenti di resilienza significa affrontare il fenomeno in modo realistico e sostenibile. Si tratta di una prospettiva che appare in forte sintonia con i modelli di cooperazione Sud-Sud che valorizzano le soluzioni locali e le reti comunitarie.
Un cambiamento culturale necessario
Per affrontare il legame tra clima e migrazioni in modo giusto, occorre superare la logica emergenziale. Serve un nuovo approccio comunicativo che restituisca dignità alle storie individuali, riconosca la complessità dei fenomeni e metta al centro i diritti umani. È una sfida anche per i media, le istituzioni e la cooperazione internazionale.
Il Prof. Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è un economista dell'innovazione e docente universitario, con esperienza nella cooperazione socio-economica. Attualmente, dirige le relazioni esterne della XII Commissione Parlamentare del Governo Italiano, dove sviluppa politiche sociali e sanitarie. Con un solido background manageriale, ha diretto progetti internazionali in Cina e fondato lo Studio Raimondi nel 2008, focalizzandosi su innovazione e internazionalizzazione delle imprese.
