La resilienza dei sistemi agro-alimentari montani e la tutela delle aree interne euro-mediterranee

La resilienza dei sistemi agro-alimentari montani e la tutela delle aree interne euro-mediterranee

La resilienza dei sistemi agro-alimentari montani nelle aree interne euro-mediterranee dipende dal contrasto allo spopolamento e dalla remunerazione dei servizi ecosistemici custoditi dalle comunità rurali. L’abbandono dei presidi collinari produce effetti diretti sul dissesto idrogeologico delle pianure costiere e sulla biodiversità dell’intero ecosistema regionale.

Lo scenario euro-mediterraneo: spopolamento montano e dissesto costiero

L’esame delle dinamiche territoriali nell’area euro-mediterranea rivela una correlazione strutturale tra il depauperamento socio-economico dei rilievi collinari e montani e l’instabilità idrogeologica delle zone costiere. Le comunità interne, storicamente responsabili della manutenzione diffusa del suolo attraverso terrazzamenti, canalizzazioni e pratiche agricole di contenimento, registrano da decenni un progressivo esodo verso i centri urbani e le coste.

Secondo i dati diffusi dalla FAO, la riduzione della popolazione attiva nelle aree rurali montane dell’Europa meridionale è accompagnata da un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi alluvionali nelle pianure sottostanti. Il fenomeno non è casuale: l’assenza di manutenzione del reticolo idrografico minore, un tempo garantita dalla presenza diffusa di aziende agricole familiari, lascia i bacini idrografici privi di regolazione naturale. Questo squilibrio territoriale genera anche instabilità sociale, poiché le regioni costiere sostengono costi crescenti per fronteggiare emergenze originate a monte.

Perdita di biodiversità e fragilità dell’ecosistema regionale

L’abbandono delle pratiche agricole tradizionali non incide soltanto sulla sicurezza idrogeologica, ma determina anche un impoverimento della biodiversità locale. I sistemi agro-silvo-pastorali delle aree interne mantengono un mosaico di habitat che favorisce la varietà genetica di specie vegetali e animali, oggi minacciata dalla progressiva rinaturalizzazione incontrollata dei terreni non più coltivati.

UN-Habitat segnala come la disgregazione dei sistemi socio-economici periferici comprometta la resilienza complessiva del territorio, incidendo su equilibri che coinvolgono tanto le aree rurali quanto le città costiere, che da esse dipendono per approvvigionamento idrico, energetico e alimentare. L’ecosistema regionale, dunque, non può essere analizzato per compartimenti stagni: montagna e costa costituiscono un sistema unico, la cui frattura genera costi economici e sociali distribuiti su scala ampia.

Servizi ecosistemici e retribuzione della custodia ambientale

Le popolazioni residenti nelle aree interne svolgono, spesso senza riconoscimento economico, una funzione di custodia ambientale che produce benefici collettivi: manutenzione dei versanti, presidio antincendio, mantenimento della biodiversità agricola. Un modello di coesione territoriale realistico dovrebbe prevedere:

  • schemi di pagamento per i servizi ecosistemici (PES) calibrati sulle specificità euro-mediterranee
  • incentivi fiscali differenziati per le imprese agricole di montagna
  • programmi di formazione tecnica per l’agricoltura di precisione applicata a contesti collinari
  • meccanismi di monitoraggio pubblico dei risultati ambientali ottenuti

L’UNDP evidenzia come la remunerazione delle esternalità positive prodotte dalle comunità rurali rappresenti uno strumento efficace di sviluppo sostenibile, capace di ridurre le disuguaglianze territoriali senza ricorrere a trasferimenti assistenziali privi di contropartita produttiva . Questo approccio si inserisce in una più ampia riflessione sulle traiettorie della povertà territoriale, approfondita anche in “La nuova geografia della povertà: distribuzione e strategie globali“.

Verso una governance euro-mediterranea del territorio

La tutela delle aree interne richiede una governance multilivello, capace di coordinare politiche nazionali, regionali e locali attorno a obiettivi comuni di stabilità idrogeologica e conservazione della biodiversità. L’Europa dispone degli strumenti normativi e finanziari per orientare questa transizione, a condizione che le politiche di coesione superino l’approccio settoriale a favore di una lettura integrata del territorio.

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Il Prof. Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è un economista dell'innovazione e docente universitario, con esperienza nella cooperazione socio-economica. Attualmente, dirige le relazioni esterne della XII Commissione Parlamentare del Governo Italiano, dove sviluppa politiche sociali e sanitarie. Con un solido background manageriale, ha diretto progetti internazionali in Cina e fondato lo Studio Raimondi nel 2008, focalizzandosi su innovazione e internazionalizzazione delle imprese.

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